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MALRAUX



E VERSACE VESTE IL BALLET DI BEJART

BARI - Il nuovo spettacolo di Maurice Bèjart con la sua compagnia del Ballet du XXe Siècle in "prima" nazionale al teatro Petruzzelli parte in svantaggio: si parla troppo e in lingua francese inaccessibile ai più. Si può comprendere il disagio di gran parte del pubblico con gli inconvenienti insiti in queste imprese; l' eco dei microfoni, il facile distrarsi che c' è sempre intorno al teatro di parola. Nel seguire la danza, invece, pensieri e sentimenti ci appartengono, sono nostri. Per giunta questa nuova produzione bèjartiana, Malraux, ou la mètamorphose des Dieux varata a Bruxelles nel novembre, andata in scena nell' aprile a Parigi, ora in Italia (per sole tre recite), si propone subito con difficoltà agli spettatori perchè parte dalla rievocazione di un grande scrittore, saggista e politico come Andrè Malraux nel decennale della morte. Orbene chi sia Malraux non è poi così noto da noi per il normale pubblico di teatro. Consideriamo perciò lo spettacolo come un pretesto. Ma lasciamo le enfatiche, roboanti, secche parole di un testo più turgido nella prima parte che nella seconda ed abbandoniamoci a ciò che si vede. Bisognerebbe astrarsi dall' accavallamento dei concetti che parlano della Cina d' anteguerra, quella di Chiang Kai-Shek, dell' infamia dei lager (ecco, pretesto per una magnifica scena modulata e scandita sul coro dei prigionieri del "Fidelio" di Beethoven) di "giapponeserie" e di "indianerie", di guerra e di difesa, della Resistenza, di libertà e di Vita-Morte, per mirare solo lo spettacolo e la sua bellezza un po' tenebrosa grazie alla magia delle luci (di John van Der Heyden). Gli effetti della scenografia (di Henri Oechslin), gli straordinari, bellissimi e sontuosi costumi di Gianni Versace, degni di un "dèfilè" della più sofisticata eleganza, punto di forza dell' intera rappresentazione, e di una colonna sonora che insiste su Beethoven ma propone anche musica orientale e originale di Hugues Le Bars. Quando si smette di parlare con la recitazione enfatica tipica di questi spettacoli, quando non si è costretti a fare nostri i concetti di "fraternitè, libertè, egalitè", quando il sentore di "grandeur" non pervade fastidiosamente la scena, lo spettacolo sale, perchè possiamo realmente renderci conto del lavoro quintessenziato del regista e soprattutto del coreografo al di là di ogni retorico manifesto. Basterebbero alcuni frammenti a convincerci: certi movimenti spezzati, come ali di speranza che si piegano e poi tornano ad alitare, fremiti di mani e di braccia, occhi e bocche che si aprono con ritmo infallibile o quei blocchi compatti di uomini che si arrotolano su se stessi formando una grande chiocciola umana solcata anch' essa dall' ala della giovinezza, dei suoi momenti felici, immagini ricorrenti nella fantasia di Bèjart poeta. Sappiamo quanto difficile sia l' astrazione di Bèjart per un suo programmatico disegno che appartiene all' oratoria enunciata, scritta a parlata mentre le sue immagini sono più eloquenti di qualsiasi parola proprio come metafore della realtà. La danza non ha bisogno della parola, esprime di per se stessa ciò che ha da dire, da comunicare. C' è molta gente nuova nel complesso e c' è, come nel passato, un gruppo maschile straordinariamente efficiente. A Bèjart dobbiamo questa conquista: l' aver restituito al danzatore maschio la sua dignità di artista. Il ballerino per Bèjart non è più solo compagno e supporto trepidante di qualche incredibile e farfalla o angelo. Il danzatore è soprattutto una forza, ha un suo modo di danzare che gli è peculiare. Basterebbe guardare a Jorge Donn (meraviglioso anche per la sua fedeltà alla compagnia, in tempi di grandi infedeli) con la sua grazia e la sua potenza, la partecipazione costante al grande dramma che si svolge sotto i nostri occhi. E ricorderemo il nuovo acquisto di Lynn Charles, inquietante e nervosa, le conferme di Philippe Lizon, Michel Gascard e di tutti gli altri che ci è stato difficile individuare sotto i trucchi pesanti. Grazia Galante non ha modo in questo spettacolo di farsi valere ma la sua classe si vede e ci fa piacere scorgere nell' elenco degli interpreti alcuni nomi di ballerini italiani. Il di un pubblico strabocchevole è stato entusiastico, travolgente.
di Alberto TESTA - 20 maggio 1987
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