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Maurice Béjart




All’anagrafe Maurice-Jean Berger (Marsiglia, 1º gennaio 1927 – Losanna, 22 novembre 2007) è stato un danzatore e coreografo francese.

Biografia
Figlio del filosofo Gaston Berger, segue i corsi di danza parallelamente agli studi liceali e universitari. Affascinato da uno spettacolo di Serge Lifar, decide di consacrarsi completamente alla danza e fa il suo debutto artistico a 14 anni all’Opéra di Parigi, poi accanto a Roland Petit. Nel 1951, crea il suo primo balletto, L’Inconnu, a Stoccolma, poi mette a punto L’uccello di fuoco sulla musica di Igor Stravinski. Nel 1955, crea Symphonie pour un homme seul con la sua compagnia, i Ballets de l’Étoile (musica di Pierre Henry e Pierre Schaeffer), che gli valse gli onori della stampa e del pubblico. Nel 1960, dopo essere stato notato da Maurice Huisman, allora direttore del Théâtre royal de la Monnaie, fonda a Bruxelles il Ballet du XXe siècle con il quale percorre il mondo intero iniziando alla danza un vasto pubblico di neofiti. Nel 1987, al termine di un conflitto aperto con il direttore del teatro della La Monnaie Gerard Mortier, in piena tournée a Leningrado, Béjart decide di non tornare più in Belgio. Poco tempo dopo, la Philip Morris International, con sede a Losanna, gli propone di stabilirsi in Svizzera. Béjart scioglie il Ballet du XXe siècle e fonda a Losanna una nuova compagnia, il Béjart Ballet Lausanne. Sia per il “Ballet du XXe siècle” che a Losanna, Béjart accoglie danzatori di alto livello di qualsiasi nazionalità. Desideroso di dare nuovo vigore alla danza maschile, esige dai suoi interpreti una perfetta padronanza della danza accademica e una grande capacità di adattamento alle correnti neoclassiche. Fedele ad un’idea di spettacolo globale, mescola l’universo musicale, lirico, teatrale e coreografico mettendo in evidenza le qualità individuali dei solisti, esigendo allo stesso tempo il massimo dai movimenti d’insieme. Le tematiche affrontate dal Béjart sono spesso universali ed egli non esita a mettere in scena i grandi problemi dell’attualità, come l’Aids o l’ecologia. Nel 1998 viene condannato per plagio: il suo spettacolo Le Presbytère contiene una scena copiata da La chute d’Icare del coreografo belga Frédéric Flamand. Nel 1999 gli viene consegnato il Prix de Kyoto. Béjart ha molti detrattori che lo accusano di essere troppo “classico” e non è mai riuscito veramente ad imporre il suo nome nei paesi anglosassoni. È innegabile però che abbia contribuito enormemente alla nascita della danza contemporanea in Francia e in Belgio, soprattutto grazie alle generazioni di coreografi formatisi alla sua scuola del Mudra.
Symphonie pour un homme seul (1955), (Sinfonia per un uomo solo), è il primo capolavoro di Béjart e incarna con un’autorità allucinante l’uomo errante in un universo brulicante e ostile dal quale spunta improvvisamente una donna dall’erotismo aggressivo, l’egocentrismo morbido, la selvatichezza voluttuosa. L’uomo cerca di scappare dalla schizofrenia crescente attraverso la sublimazione, aggrappandosi ad una corda (dinamica ascensionale, una costante bejartiana). In questo balletto sono caratteristiche essenziali la brutalità degli accenti, gli enchaînement inaspettati, la ricerca parossistica dell’en dehors, la mescolanza del vocabolario classico e moderno, la stretta coesione tra il gesto drammatico, il ritmo e il suono. Le Sacre du Printemps (1959), (La Sagra della Primavera), sulla partitura di Igor Stravinsky, è un altro capolavoro di Béjart in cui egli esprime in pieno la dimensione del demiurgo, l’armonia collettiva e l’ode alla fratellanza. Il famosissimo Bolero su musica di Maurice Ravel, creato per il ballerino argentino Jorge Donn, esprime la vocazione al monumentale, all’ecumenismo, è un fantasma del teatro totale, la volontà di abbracciare tutto con la propria arte. Il 15 luglio 2007 ha rappresentato alla Scala di Milano uno spettacolo dedicato a Gianni Versace, a dieci anni dalla morte. Il nome del balletto è “Grazie Gianni con amore”
L’artista negli ultimi anni soffriva di diversi problemi di salute legati al cuore e ai reni, che nel novembre 2007 si erano aggravati, costringendolo a un ricovero presso l’ospedale universitario di Losanna, dove Béjart si è spento il 22 novembre. Il coreografo francese era ancora in piena attività, a Losanna dirigeva da 20 anni il Bbl (Béjart Ballet de Lausanne), e stava preparando il suo ultimo spettacolo, “Il giro del mondo in 80 minuti”, che avrebbe dovuto debuttare nel dicembre 2007.

La scuola Mudra e la scuola Rudra
Nel 1970 Béjart fonda la Scuola Mudra a Bruxelles con l’intento di offrire corsi di danza a giovani talenti. Questa scuola formerà numerosi danzatori e coreografi che parteciperanno attivamente alla nascita e alla diffusione della danza contemporanea in Europa. Citiamo, tra gli altri, Maguy Marin e Anne Teresa De Keersmaeker. Béjart apre anche la sua scuola Mudra a Dakar, prima di stabilirsi a Losanna per aprire nel 1992 la Scuola - atelier Rudra, che fornisce, nell’arco di due anni, una formazione completa di ballerino. È una delle scuole più prestigiose in Europa.

"Quella che lega nel corso di alcuni anni, il lavoro artistico di Béjart al teatro barese, è davvero una sorta di reciproca e lunga testimonianza di fedeltà. Al Petruzzelli, infatti, il celebre coreografo francese fa ritorno più volte per presentare opere edite e inedite, a testimonianza del rapporto speciale che egli instaura con il pubblico e la città di Bari. Nato a Marsiglia nel 1927, Béjart è una leggenda vivente della danza contemporanea. Avviato agli studi classici anche per l’influenza del padre, il filosofo Gaston Berger, per tutti gli anni cinquanta egli compie un intenso apprendistato che culmina con l’allestimento per il Théâtre Royal de La Monnaie di Bruxelles di una nuova edizione della Sagra della primavera che gli valse la celebrità assoluta. Nel 1960 fonda il Ballet du XXème Siècle, una delle compagnie più note nel panorama internazionale. Trasferitosi in Svizzera nel 1987, ha costituito il Béjart Ballet Lausanne, sciolto nel 1992; in seguito ha fondato in Svizzera il gruppo RUDRA, con l’annessa Scuola di danza. Béjart è considerato il modello di un artista serio e rigoroso che tuttavia ha consacrato la sua attività alla diffusione popolare della danza, portando in scena balletti e spettacoli negli stadi e nelle arene, e non solo nei teatri, con l’intenzione di avvicinare il grande pubblico all’arte coreografica ma senza rinunciare alla ricchezza di una ricerca intellettuale complessa e multiforme.
È il caso di ricordare, a questo proposito, un’intensa attività di scrittura autobiografica e di riflessioni teatrali, insieme con i riconoscimenti internazionali che ne celebrano la statura di intellettuale e di uomo di cultura cosmopolita: è infatti Accademico di Francia dal 1995 nonché membro dell’Ordine del Sol Levante (1996, Giappone). Nelle sue numerose coreografie, il maestro marsigliese persegue l’idea di uno spettacolo totale, in cui si fondono musica, danza, canto, prosa e mimo, e che riflette sul destino dell’uomo, sui suoi interrogativi filosofici e religiosi. Il gusto per le grandi composizioni, con una certa tendenza alla sontuosità negli allestimenti e all’estrema raffinatezza dei costumi (sono famose le collaborazioni per i suoi spettacoli con stilisti e creatori di moda, specie italiani, come Versace, Trussardi, Armani), si è volto nel corso degli anni verso una maggiore rarefazione ed essenzialità, a cui non è estranea l’influenza dell’austerità del pensiero orientale. Ma Béjart continua ad essere un indiscusso punto di riferimento per la sua capacità di rileggere e attualizzare i grandi classici della tradizione, attingendo alle musiche moderne e contemporanee che hanno fatto la storia della cultura di tutti i secoli e le latitudini, in un viaggio nel tempo che dal barocco e Mozart lo ha portato ad incontrare le avanguardie musicali e le culture orientali.
Oltre il celebre Bolero su musiche di Ravel (1961), il Roméo e Juliette (musica di Berlioz, 1966), il mozartiano Flauto magico (1981), e le numerose opere ispirate alle musiche di Wagner e Mahler, il barocco europeo, Bartók e Stravinskij, sono degne di nota le sue collaborazioni con i protagonisti della scena musicale contemporanea come Pierre Boulez e Luciano Berio, senza dimenticare l’omaggio al barese Nino Rota realizzato con lo spettacolo Le Molière immaginaire (1976). Al Petruzzelli, Béjart ha presentato gli spettacoli Thalassa mare nostrum (1983), dedicato alla riflessione sul mare che collega terre e popoli lontani, a partire dalla sua Marsiglia e il capoluogo barese; il Sacre di Stravinskij nella sua celebre versione originale; e infine Malraux ou le Métamorphose des dieux (1987-, costumi di Gianni Versace), nel quale tornano gli echi dei suoi studi giovanili in filosofia ispirati all’impegno civile dello scrittore francese André Malraux, autore de La condizione umana. L’impatto del pubblico barese con gli allestimenti della sua compagnia è stato sempre straordinario; anche la stampa, italiana e internazionale, sottolinea gli esiti ormai maturi della ricerca intorno ad una nuova espressività, tale da riflettere e comunicare le profonde contraddizioni dell’uomo contemporaneo. Béjart non manca di emozionare con la sua dirompente versione al maschile del Bolero nella quale è il suo primo ballerino per antonomasia, l’argentino Jorge Donn, a farla da protagonista interpretando il capolavoro di Ravel secondo un ritmo coreografico vertiginoso e irresistibile, che ha fatto entrare questa irripetibile esecuzione nella storia del balletto di tutti i tempi. Nel 1989 il Béjart Ballet Lausanne fa ritorno per l’ultima volta al Petruzzelli di Bari con un programma consolidato e carico di successi, nonché di nuove e sempre affascinanti coreografie presentate in anteprima, tra cui Suite 1.7.8.9., Dyionison Suite, Duo, Amleto, Tros Etudes pour Alexandre in cui celebra Alessandro Magno prototipo del conquistatore che volle far incontrare, paritariamente, i due mondi e e due culture dell’Est e dell’Ovest europeo; per finire con un “classico” del ‘900 come L’uccello di fuoco di Igor Stravinskij"


Opere principali
1955: Symphonie pour un homme seul (Parigi) - 1957: Sonate à trois (Essen) - 1958: Orphée (Liegi) - 1959: Le Sacre du printemps (Bruxelles) - 1961: Boléro (Bruxelles) - 1964: IXe Symphonie (Bruxelles) - 1966: Roméo et Juliette (Bruxelles) - 1967: Messe pour le temps présent (Avignone) - 1968: Bhakti (Avignone) - 1972: Nijinski, clown de Dieu (Bruxelles) - 1975: Pli selon pli (Bruxelles) - 1975: Notre Faust (Bruxelles) - 1977: Petrouchka (Bruxelles) - 1980: Eros Thanatos (Atene) - 1982: Wien, Wien, nur du allein (Bruxelles) - 1983: Messe pour le temps futur (Bruxelles) - 1987: Souvenir de Léningrad (Losanna) - 1988: Piaf (Tokyo) - 1989: 1789... et nous (Parigi) - 1990: Pyramide (Il Cairo) - 1991: Tod in Wien (Vienna) - 1992: La Nuit (Losanna) - 1993: M (Tokyo) - 1995: À propos de Shéhérazade (Berlino) - 1997: Le Presbytère... (Parigi) - 1999: La Route de la soie (Losanna) - 2000: Enfant-roi (Versailles) - 2001: Tangos (Genova) - 2001: Manos (Losanna) - 2002: Mère Teresa et les enfants du monde - 2003: Ciao Federico en hommage à Federico Fellini - 2005: L’amour - La danse - 2006: Zarathoustra - 2007: Béjart: Best of - 2007: grazie Gianni con amore.

Onorificenze
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona del Belgio
Grand’Ufficiale dell’Ordine dell’Infante Dom Henrique
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BEJART, DICHIARAZIONE D' AMORE PER LA DANZA

LOSANNA - Maurice Bèjart, il genio vagabondo: nato a Marsiglia, educato alla danza a Parigi, adottato da Bruxelles, dove fondò il suo celeberrimo Ballet du XXème Siècle 27 anni or sono, approdato a Losanna, dove la grande avventura ricomincia. Non è un esilio: a giudicare da un complesso straordinariamente in forma (oggi si chiama Bèjart Ballet Lausanne) e dall' accoglienza riservatagli al debutto, questo trasferimento ha l' aria di vittoria. Fuggito da Bruxelles per contrasti con la nuova direzione del Thèatre La Monnaie, Maurice trova a Losanna una municipalità disposta a sostenerlo con incondizionati appoggi e un pubblico internazionale ancor più osannante del solito. Lo ha dimostrato la serata inaugurale: sfavillante. Di quelle che viaggiano dagli occhi fino al cuore. Che uomo di spettacolo impagabilmente scaltro: fin dai primi minuti, Bèjart ha saputo conquistarsi la platea accarezzandone senza scrupoli tutte le corde della commozione. Dipinge un prologo, intitolato Fiche signalètique, che è una dichiarazione d' amore alla danza. La troupe s' affaccia in scena tenera, svagata: ciascuno scrive il suo nome su lavagne ai lati, rapide armonie di corpi s' intrecciano, gli uomini stringono le donne con casto trasporto, e un attore giapponese, sul proscenio, scandisce l' onda calda degli abbracci con semplici parole introduttive. Poi arrivano tre passi a due: tutti d' amore intenso. E il gioco è fatto, il trionfo è deciso. Il primo, Prèlude, coglie la memoria rarefatta del Prèlude à l' après-midi d' un faune di Nijinsky-Debussy, per ripercorrere in linee geometriche, essenziali, quell' incompiuto incontro tra il fauno e la sua ninfa. Altro segnale di venerante omaggio, per Bèjart, all' arte del balletto. Con Cantique, secondo passo a due (splendidamente danzato da Grazia Galante e Gil Roman), Bèjart offre il primo assaggio del suo lavoro prossimo venturo destinato al festival di Gerusalemme e ispirato al Dibuk, la celebre sacra rappresentazione ebraica nata dalla tradizione della Cabala. Il duetto è forte, sontuoso: una danza nuziale di slanci aguzzi, due corpi che si cercano in lembi fluidi di luce bianca, una musica tradizionale che è un infuocato inno alla vita. Poi c' è la Valse di Ravel, e stavolta di due uomini si tratta: Jorge Donn e Kevin Haigen, eroi veementi di una lotta ambigua che sposa l' attrazione al suo contrario. Con un' idea teatrale folgorante, Bèjart fa coincidere l' inizio della Valse con la fine del Bolero, uno dei suoi balletti più rappresentati e noti. S' apre una scena che cita quel finale: il grande tavolo rosso, smosse e cadute le molte sedie attorno, l' uomo che ha danzato estasi e furia crollato sul tavolo. Ma eccolo riprendere vita tutt' a un tratto all' apparire di un personaggio a lui speculare. Ora è una battaglia di sguardi, movimenti di sfida, accerchiamenti che non si sfiorano, violenza implicita e sensualità captante. Fino all' unione mortale: su quello stesso tavolo il secondo uomo incarcera il primo in un' ultima danza vigorosa. E resta eretto in verticale, con l' energia solare del vincente (forse, con lui, un nuovo Bolero prenderà presto vita): l' altro è ai suoi piedi, sconfitto, vittima sacrificata sull' altare dell' amore. La seconda parte dello spettacolo, quella più attesa, nata dall' incontro appassionato di Bèjart con la Russia (nel clamoroso tour che nell' estate scorsa portò in terra sovietica il Ballet du XXème Siècle), reca il titolo di Souvenir de Leningrad. Un affresco di spettacolarità esaltante, un' evocazione caleidoscopica che mescola sprazzi realistici a livelli onirici, citazioni storiche e fughe nel fantastico. Una cavalcata in un tempo trasversale che accosta (come sempre in Bèjart) passato e presente in una sfilata di personaggi-simbolo. Al centro il piccolo Bim: lo ricordate? Era il protagonista, la proiezione stessa dell' autore, di Gatè Parisienne, il più smaccatamente autobiografico tra i balletti bèjartiani. L' indicazione è chiara: il viaggio in Russia, sembra volerci dire il coreografo, diventa un viaggio all' interno di se stesso, una resa dei conti, un gioco di memoria. Un altro personaggio centrale è Marius Petipa, il grande coreografo nato a Marsiglia (come Maurice), passato a Bruxelles (come Maurice) e divenuto il monarca incontrastato del Marinskij di Pietroburgo (oggi Kirov di Leningrado) lungo tutta la seconda metà dell' 800. Il rapporto tra Bim e il suo maestro-modello Petipa è uno dei nodi drammaturgici del balletto. Ma di quanti altri livelli di racconto c' inonda Bèjart, in una scena dominata da un enorme testone di Lenin. C' è un Ciaikovsky sdoppiato: uomo cancellato da una morte tragica e misteriosa, artista-incarnazione della musica che non muore. C' è la Principessa della Bella Addormentata, specchio del balletto imperiale: eterno, intramontabile, a dispetto dei terremoti della storia. C' è Pietro il Grande e c' è Lenin, il volto mascherato di pittura scarlatta. C' è il Pope ucciso dalle truppe zariste nella rivolta del 1905. C' è l' Uomo in Rosso, spirito della rivoluzione, e Ivan Durak (Ivan lo sciocco), che è il popolo sempre perdente e misero eppure sempre saggio d' una saggezza triste. E tra il sublime della musica di Ciaikovsky (dalla Bella Addormentata allo Schiaccianoci fino alla Patetica) e il sound del gruppo dei Residents, in un fiume di costumi giusti e ricchissimi firmati Versace (matrioske immense, tutù stilizzati, calzamaglie che richiamano la cifra del costruttivismo russo, rivisitazioni del folklore che disegnano incanti), l' affresco si dilata e vola, festeggia grazia e fasto, gusto ed eleganza. Canta la danza e il suo fascino più alto. Esalta interpreti (Michel Gascard, Ruben Bach, Jorge Donn, Lynne Charles, Marc Hwang, Katarzyna Gdaniec, Florence Faure e tanti altri, tra cui, autentica rivelazione, il giovanissimo Xavier Furla nel ruolo di Bim) tutti generosissimi. E sigla il nuovo impero di un monarca: Bèjart ha voluto affacciarsi su Losanna con un impeto pieno. E ha decretato una rivincita: ridono, i lampi turchini dei suoi occhi, quando s' inchina al pubblico, e ringrazia. di Leonetta Bentivoglio 23 dicembre 1987
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